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La Sacralità dell'atto Stampa E-mail
LAVORO SU DI SÈ - Riflessioni

Una delle problematiche più frequenti di chi ha intrapreso il lavoro su di sé è quella di non avere " più momenti di presenza". Vi sono molte idee a riguardo, ma il più grande ostacolo è quello di pensare che la presenza debba essere frutto di un evento eccezionale. Ciò è collegato al fatto che in un momento di ricordo di sé la parte emozionale è presente ed attiva, e questo accade accidentalmente in momenti "speciali" come ad esempio per una grande paura od una grande gioia. Abbiamo così l'illusione di dover cercare momenti particolari, e la nostra vita di tutti i giorni ci sembra troppo "normale" per racchiuderli. Questo lo possiamo verificare per la difficoltà che abbiamo a portare nelle nostre azioni di tutti i giorni l'energia e l'attenzione sufficiente a farci avere un momento di presenza, a causa soprattutto all'azione della nostra meccanicità e dell'assenza di un reale desiderio in questa direzione.
Questa tematica è stata alla base del lavoro delle scuole di tutti i tempi. Quelli che chiamiamo riti, o il comportamento che dobbiamo tenere in quanto aderenti ad una religione sono ciò che rimane del lavoro sull'intenzionalità di atti volti a portare una maggiore consapevolezza in chi li compiva. Quello che è accaduto, ed accade, è che nel tempo un'azione intenzionale che richiede l'uso delle parti intellettuali dei centri e l'uso simultaneo di più centri, condizione indispensabile per essere presenti, si è stratificata nella quotidianità delle persone diventando dogma e di conseguenza una semplice azione motoria. Questo nei termini del sistema vuol dire che l'azione si è spostata a livello delle parti meccaniche dei centri non richiedendo più nessuno sforzo intenzionale.
Spesso quello che vediamo nei riti religiosi non è atro che il guscio vuoto, espresso da un'azione ripetitiva e cieca, residuo di quelli che erano gli scopi intenzionali volti al raggiungimento di uno stato superiore. Come mummie rinsecchite hanno lasciato la loro sostanza nel passato e ci si manifestano come memoria ormai vuota dello splendore che fu.

A questo punto è importante comprendere cosa comporta un'azione nel senso del Lavoro. Essere presenti a sé stessi implica che in un dato momento vi sia il lavoro simultaneo di più centri usati nelle loro parti intellettuali. Nello stato di sonno in cui vive l'uomo ordinario quello che egli agisce è, per la maggior parte del tempo, espressione delle parti meccaniche o emozionali dei centri; usiamo le parti intellettuali dei centri molto raramente, quando ad esempio dobbiamo imparare qualcosa di nuovo, ma appena abbiamo sufficiente dimestichezza ritorniamo al livello di "attenzione zero". Alla base del lavoro sulla Quarta Via vi è la necessità di incrementare il proprio livello di attenzione cercando di usare le parti intellettuali del centri quanto più possibile e di lavorare intenzionalmente con più centri nello stesso momento. Vale a dire che, ad esempio, nel momento in cui scrivo devo fare lo sforzo di usare il mio centro motorio in maniera intenzionale essendo attento al movimento e al suo risultato, al centro intellettuale attraverso la costruzione di un pensiero "a monte", seguendo un ordine di sviluppo e scrittura ben preciso. Ma questo però accade alla maggior parte degli scrittori o a chi deve trasmettere un pensiero, anche se solitamente il centro motorio non è considerato così importante ed il lavoro del centro emozionale si riduce ad una sensazione di eccitazione per quello che si sta facendo.
Nel lavoro dobbiamo portare alla luce qualcosa di nuovo. Nel termine che ho usato come titolo dell'articolo, sacralità, vi è un forte collegamento al principio religioso, ma nel lavoro della Quarta Via non è così. Alla base dell'idea di sacralità vi è il principio dell'emozionalità intenzionale indispensabile perché il ricordo di sé possa esistere. Il centro emozionale è quello che ha, nel suo lavoro corretto, la velocità percettiva più grande ed usa l'energia più sottile. Questo significa che ci permette di espandere le nostre percezioni a cose che solitamente non vediamo e che funziona da carburante per le nostre azioni.
E' capitato a chiunque di fare qualcosa seguendo la spinta dell'emozione meccanica, nel fare ad esempio qualcosa per qualcuno. La forza e potenzialità che avevamo era immensa. O ad esempio quando siamo innamorati possiamo fare dei cambiamenti che reputavamo impensabili, ma purtroppo tutto questo è meccanico ed esprimendosi attraverso un'identificazione, solitamente, lascia il tempo che trova e quando l'energia emozionale è finita torniamo sui nostri passi e qualche volta addirittura non comprendiamo cosa ci abbia spinto.
Il fondamento del lavoro è usare queste energie in maniera intenzionale attraverso l'azione delle parti intellettuali dei centri, al fine di creare un reale momento in cui sappiamo quello che stiamo facendo e perché, in questo modo anche quando "cambierà il vento" ed avremo un momento di sonno, che ci porterà lontano da uno stato più elevato, la memoria di ciò che è accaduto sarà nostra e rappresenterà la possibilità reale del cambiamento.

Per questo però è indispensabile che vi sia l'azione di tre centri usati in modo particolare e simultaneamente quando compiamo un'azione. E' importare comprendere che in questa sede non si parla di azioni "speciali" ma di ogni azione, dal lavarsi i denti ad andare a letto, accendere il computer, aprire una porta, parlare ad un amico e via dicendo, ogni elemento della nostra vita non importa quanto poco possa durare ha un valore in quanto noi ne siamo parte.
Ma prima di parlare del lavoro pratico in questa direzione è importante definire cosa vuol dire usare le parti intellettuali dei centri. Esse funzionano per comparazione, vale a dire che quando le uso lo faccio mettendo in relazione più elementi. Ad esempio quando uso la parte intellettuale del centro intellettuale lo faccio comparando diverse idee. Quando impariamo una nuova idea per comprenderla la confrontiamo con altre cose che conosciamo, ad esempio quando ci parlano della meccanicità la possiamo comprendere se ci ricordiamo dei momenti in cui ci siamo osservati in questa condizione. Questo vuol dire che quando sono nelle parti intellettuali dei centri ho simultaneamente un occhio a quello che sto ricevendo o facendo nel momento ed un altro ad altre esperienze o idee ad esso collegate che ho avuto in passato, avendo in così una visione più ampia.
Se questo lavoro viene svolto simultaneamente da più centri un semplice gesto sarà collegato a molti altri elementi, come ad esempio il lavoro su di sé e le verifiche di quello che abbiamo studiato o ci è stato detto, e assumerà il valore di una azione consapevole perché nel momento saremo osservatore e attore di quel gesto.

Per quanto riguarda il lavoro pratico in questa direzione possiamo iniziare osservando il lavoro dei diversi centri:

  • Il lavoro sull'attenzione del centro motorio è quello di diventare più consapevoli del proprio movimento di vederlo e "agirlo" con più intenzionalità.
  • Il centro intellettuale ha il ruolo, in parte, di sapere il perché di una azione, non importa quanto banale essa possa essere, e simultaneamente collegare l'azione ad una verifica di idee ed informazioni che si sono ricevute e si desidera verificare o evocare nel caso di situazioni conosciute. Ad esempio, per evocare le parti intellettuali del centro intellettuale quando mi lavo i denti posso pensare che questo gesto è solitamente compiuto in maniera automatica e che so che può essere fatto anche in maniera volontaria e voglio vedere la differenza. Quando compio il gesto e mi sto lavando i denti e vedo la differenza che nasce dalla mia intenzionalità il centro intellettuale compara l'idea che aveva ricevuto, di essere meccanico, con il momento e formulo il pensiero: "ecco ora sono più intenzionale è vero che vi è una differenza." Ovviamente l'esperienza reale è molto più ricca di quanto non si possa spiegare a parole.
  • Il centro emozionale è quello più difficile da attivare e direzionare intenzionalmente perché se non siamo interessati a quello che stiamo facendo, a trarre qualcosa per noi da questa azione e a desiderare il suo accadere nessuna energia viene generata, anzi è possibile che il senso di ridicolo prenda il sopravvento ed evochi l'esatto opposto. In questo senso possiamo comprendere come mai il mediatore delle energie emozionali sia stato fin dai tempi antichi la credenza di una forza superiore. L'uomo ha bisogno di un catalizzatore perché la sua energia emozionale possa essere concentrata, direzionata ed usata intenzionalmente; la figura del maestro ha lo stesso ruolo, lui trasmette delle idee, e se l'allievo ci crede e attribuisce al maestro un valore "superiore" si permette di aprirsi ad una verifica delle stesse.Se riusciamo a vedere questo possiamo iniziare a comprendere che per direzionare l'energia emozionale abbiamo bisogno di un fine, uno scopo, di credere in qualcosa che ci permetta di raggiungere ciò che ci siamo prefissi e ci dia "il senso" di quello che facciamo. Se mi sto lavando i denti e sono presente ai miei movimenti e so perché mi sto lavando, guardandomi nello specchio e,vedendo la mia faccia comprendo che sono lì in quel momento e sono presente, attivo il mio centro emozionale in collegamento alla verifica che quello che mi era stato detto, e sorge in me la sensazione di completezza tipica di uno stato di consapevolezza più elevato.

Ovviamente il queste osservazioni sono solo una prima introduzione, il lavoro sull'intenzionalità cambia e si evolve nel tempo e diventa, a mano a mano che procede, più profondo e più vasto permettendoci di lavorare con le idee del sistema in maniera diversa e più vasta.

Per tornare alla sacralità dell'atto, se nei gesti che compio introduco il rispetto per l'azione collegandola al desiderio di essere più "completo" e rendendola qualcosa di importante, allora ho trovato il collegamento intenzionale al centro emozionale. La nobiltà del gesto come di ogni altra espressione della mia vita e del mio scopo di raggiungere qualcosa di più ricco e completo, rappresenta la giusta terza forza per il centro emozionale.