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Sindrome del Super Sforzo Stampa E-mail
LAVORO SU DI SÈ - Il Lavoro immaginario
Questa subdola trappola può anche essere chiamata la sindrome dello scalatore dell'Everest. Consiste nella convinzione che il lavoro comporta sempre qualche super sforzo analogo allo sforzo fatto dall'alpinista che affronta da solo la scalata al Monte Everest. La trappola è subdola perché l'idea che vi si nasconde è vicina alla realtà. Il lavoro comporta grande sforzo, ma è un tipo veramente particolare di sforzo. Questo sforzo comporta il mantenimento dell'equilibrio e della consapevolezza La capacità è più simile a quella di un funambolo o un giocoliere che di quella sorta di sforzo da "stretta di denti" che caratterizza una scalata al monte Everest.

Far leva sulla sindrome da super sforzo è profondamente radicato tra le cattive interpretazioni del Lavoro. Il Lavoro reale consiste in una lotta con lo stato di identificazione. Identificazione significa essere totalmente immersi in quello che accade e perdere tutti gli obiettivi di consapevolezza della propria esistenza. Molte persone passano la loro intera vita in questo stato, e la nostra cultura è progettata per assicurare questa continuazione. Siamo incoraggiati in ogni momento ad identificarci con qualcosa, con un sogno, un progetto, una credenza, un gioco, una ambizione, un desiderio. Siamo così abituati ad essere identificati che noi non possiamo credere di poter vivere in un altro modo. E' molto facile che le persone si identificano con quello che immaginano essere il lavoro. Questo causa un approccio al lavoro spietato e con spirito di serietà. Essi pensano che devono domandare a sé stessi non sforzi ordinari ma straordinari. Non capiscono che il Lavoro è un gioco di capacità che deve essere giocato lentamente in uno spirito di distacco. Per loro il lavoro diventa una sorta di calvario. Questa preoccupante attitudine produce sentimenti di tensione e sconforto. Ogni fallimento che persistere nel super-sforzo produce un senso di colpa. Il senso di cola genera schemi di auto-punizione che sono stati e sono ancora una caratteristica sgradevole delle vite di certi tipi di fanatici religiosi. Questi fanatici si auto puniscono con certe procedure quali indossare camicie di pelo, il digiuno, la castità, incatenarsi, non dormire, autoflagellazione e così via. Spesso sviluppano la perniciosa abitudine di punire coloro che non sono d'accordo con le loro credenze religiose. Fu questo eccesso punitivo che spinse il poeta romano ad esclamare "Tantum religio potuit suadere malorum" (è così grande il male che la religione riesce a far venire fuori).

La sindrome da super sforzo produce un altro effetto più subdolo. Gli organizzatori del lavoro, che spesso cadono in questa trappola, organizzeranno un periodo di devozione al super sforzo. Ogni cosa è pianificata per rendere la vita difficile durante questo periodo, più difficile e invivibile possibile. Ci sono interminabili letture da vari libri sacri, dialoghi intensi sul duro lavoro manuale, esercizi speciali che si suppone promuovano il ricordo di sé. Questo comporta poco cibo, non molto sonno, nessun riscaldamento in inverno, dure condizioni generali. Una attitudine alla spietata determinazione prevale. Fai o muori. Conquista o perisci. E' possibile che alcuni possano capire quello che potrebbero guadagnare da questi test di resistenza, il problema è che molti coinvolti nel test non capiscono cosa stanno facendo. Il test allora diventa una scusa per un viaggio nell'ego. Uno spirito competitivo si sviluppa per vedere chi può soffrire di più le durezze senza lamentarsi. Il vero danno comincia quando finisce l'orgia di auto-imposizione. C'è una reazione. L'energia guadagnata, invece di essere usata creativamente, è dissipata in indulgenze cui si era rinunciato durante il periodo di privazione. Le persone coinvolte si sente autorizzata ad indulgere. Non hanno fatto super sforzi? Non sono allora legittimati a rilassarsi e a divertirsi? Così sprecano quello che hanno guadagnato in attività inutili e spesso nocive. La sindrome da super sforzo evita a chi ne è colpito la comprensione del vero Lavoro. Il lavoro non è eroico e non comporta audacia spettacolare. E' comparabile al paziente, abile sforzo di uno che lavora e da forma a qualche materiale difficile da lavorare, il lavoratore di pietre o avorio. Questo comporta ripetere piccoli sforzi che un grande sforzo. Comporta pazienza, volontà di cominciare e ricominciare sempre. Comporta soprattutto libertà dall'identificazione, perché l'identificazione distrugge sempre il Lavoro reale e lo rimpiazza con il Lavoro di fantasia. Lo fa in modo subdolo un modo in cui molti che cadono in questa trappola sono incapaci di vedere i loro errori.