| Attenzione Divisa |
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| PSICOLOGIA - Idee | ||||
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Ouspensky parla per la prima volta del concetto di attenzione divisa in relazione alla sua comprensione dell'idea del ricordo di sé: Frammenti di un Insegnamento Sconosciuto ...nell'atto del ‘ricordarsi di sé’ l'attenzione di divide: una parte è diretta verso lo sforzo stesso, l'altra verso la sensazione di sé... Parlo del ‘ricordarsi di sé’ come divisione di attenzione, che ne è il tratto caratteristico. Quando osservo qualcosa, la mia attenzione è diretta su ciò che osservo: IO-------------------->il fenomeno osservato Quando, sempre osservando, tento di ricordarmi di me, la mia attenzione è diretta contemporaneamente verso l'oggetto osservato e verso me stesso: IO<------------------->il fenomeno osservato In questo articolo tratteremo solamente il concetto i attenzione divisa in due, Rodney Collin (‘La teoria delle Influenze Celesti’) introduce il concetto di attenzione divisa in tre, ma questa sarà il soggetto di un altro articolo.
Solitamente la nostra attenzione è “catturata” da ciò che ci accade. Una prima osservazione di questo è relativa al diverso livello di attenzione che caratterizza le parti della macchina umana, i centri. L'uomo è diviso in quattro centri principali: emozionale, intellettuale, motorio e istintivo che a loro volta sono suddivisi in diverse parti. Vi è una divisione verticale, vale a dire che in ogni centro possiamo trovare una parte istintiva-motoria una emozionale ed una intellettuale. Avremo così una parte intellettuale del centro istintivo, motorio, intellettuale ed emozionale, come una parte emozionale in ogni centro e così via. Le carte da gioco che comunemente usiamo rappresentano una riproduzione della macchina umana in questo senso, i re delle carte sono le parti intellettuali dei centri, le regine le parti emozionali e i fanti le parti motorie istintive. Nel sistema viene detto che possiamo comprendere in che parte di un centro ci troviamo dallo studio del livello di attenzione: le parti istintive motorie sono quelle parti dell’uomo in cui vengono registrate le azioni abituali, come ad esempio guidare la macchina, andare in bicicletta o i pensieri associativi immediati; sono quelle parti che non richiedono nessuna attenzione. Nelle parti emozionali l’attenzione funziona per attrazione, come quando stiamo vedendo un film che ci appassiona o seguendo un evento sport. Per le parti intellettuali l’attenzione è focalizzata, cioè è indirizzata intenzionalmente verso il soggetto, come quando stiamo imparando qualcosa di nuovo che richiede la nostra “concentrazione”. Quello che accade è che tendiamo ad usare le parti meccaniche dei centri per la maggior parte del nostro tempo, di solito svolgiamo in maniera automatica anche quelle cose a cui dovremmo dedicare una attenzione maggiore, questo perché esse richiedono meno sforzo ed energia per funzionare. Il livello di attenzione determina anche la profondità e l’incisività di quello che facciamo, ad esempio se cucino solo con le parti meccaniche non ho nessuna attenzione verso quello che sto facendo, e se scopro che ho messo lo zucchero invece del sale solo perché era stato spostato dal suo posto abituale, non riesco a ricordare quando e come questo è successo. Molte delle nostre difficoltà a ricordare cosa è successo in una data situazione è legato al fatto che eravamo nelle parti meccaniche dei centri e quindi il nostro livello di attenzione era molto basso o nullo. Quando cerchiamo di essere presenti spostiamo la nostra attenzione dalle parti meccaniche dei centri alle parti che agiscono con maggiore intenzionalità. Se mi concentro su come compiere una data azione o su i movimenti di una persona o sulle sue parole, sto focalizzando la mia attenzione e questo mi permette di ricavare molte più informazioni e sensazioni dallo stesso momento, perché l’attenzione lavora con degli idrogeni più sottili. Ma questo è ancora qualcosa che non ci pone all’interno dell’immagine, siamo ancora concentrati solo su una cosa esterna o interna a noi stessi. L’idea di attenzione divisa si fonda sull’”aggiungere” allo sforzo di osservazione dell’oggetto anche l’immagine dell’osservatore. Questo significa cercare non solo di vedere cosa stiamo osservando ma anche come reagiamo all’osservazione. Se ad esempio sto guardando un evento sportivo in televisione che mi appassiona molto, e quindi che mi porta ad essere nelle parti emozionali dei centri, posso iniziare a cercare di osservare anche quella che è la mia reazione a ciò che sto guardando, come ad esempio la tensione muscolare o il desiderio che vinca l’atleta che mi piace, o il pensiero su come debbano essere eseguiti certi esercizi e così via. La differenza sostanziale è quella che oltre alla mia reazione meccanica ad uno stimolo introduco anche l’osservazione dello stimolo stesso e/o della mia reazione. A questo punto una cosa importante da considerare è che l’obiettivo non è quello di essere costantemente nelle parti intellettuali dei centri invece che nelle parti meccaniche, ma di osservare il luogo in cui siamo, se stiamo guidando è giusto farlo con la parte meccanica del centro motorio per evitare incidenti, ma una parte di noi può sempre osservare quello che accade, lasciandolo accadere. E’ importante in questo tipo di osservazioni non cercare di cambiare qualcosa, di creare un ambiente artificiale mediato da ciò che possiamo considerare essere “il giusto atteggiamento”, prima che un cambiamento avvenga è importante imparare ad osservarsi per quello che si è con le proprie meccanicità, debolezze e forze. Quello che osserva è una parte di noi che si viene a formare e a fortificare grazie all’esercizio ma è sempre parte della nostra macchina. Possiamo pensare che quando siamo identificati questo stato assorbe una grande quantità di energia, ma se riusciamo ad osservare quello che stiamo facendo e di conseguenza ad essere meno identificati vuol dire che stiamo sottraendo una certa quantità di energia all’identificazione per usarla nell’osservazione. Sono le parti intellettuali dei centri che osservano, poi scopriremo che i centri si possono osservare l’uno con l’altro e quando questa osservazione si allarga a più centri simultaneamente si ha quello che nel sistema è chiamato il ricordo si sé vale a dire una sensazione di sé completa, nel momento ci vediamo per quello che siamo, e siamo consapevoli di quello che ci sta accadendo in relazione agli stimoli che stiamo ricevendo. Solitamente siamo scollegati dai processi che avvengono in noi, non ne siamo consapevoli, ad esempio se cucino una parte di me compie questa azione ed un’altra pensa a cosa farò domani e questo avviene senza che ce ne rendiamo conto. Dividendo l’attenzione avvengono delle trasformazioni al nostro interno, perché quello che prima accadeva in maniera accidentale viene reso manifesto e questo è sia conseguenza che stimolo ad essere più nel momento presente e, vivendo un esperienza in maniera completa e ricca, a trarre dalla stessa azione molte più informazioni riguardo ciò che ci circonda e noi stessi. Grazie a questo, nel tempo, trovandoci in momenti simili possiamo sapere cosa sta accadendo perché riconosciamo in alcuni degli elementi che costituiscono questa esperienza i “sapori” che abbiamo già sentito in passato. Per questo è importante ricordare che possiamo imparare solo dalle esperienze realmente vissute, immaginare come reagiremo ad una data situazione è tempo perso perché non possiamo sapere quali variabili saranno in gioco se non abbiamo vissuto precedentemente e realmente quell’esperienza. Vivendo la stessa situazione in maniera più completa, dato che gli elementi che costituiscono i momenti non sono illimitati e le nostre risposte sono uguali per stimoli uguali, se ci troveremo a rievocare espressioni simili avremo maggiori possibilità di “costruire” ed esprimere una risposta differente allo stesso stimolo, grazie alla nostra comprensione. Ovviamente perché questo possa avvenire è importante rielaborare e comprendere un’esperienza. Quando ci accade qualcosa se osserviamo le nostre reazioni in maniera più completa possiamo capire cosa le ha innescate. Se ad esempio riesco ad osservare quando reagisco male di fronte ad una situazione difficile, posso in un secondo momento rievocare quello che ho osservato e cercare di comprenderlo da punti di vista differenti e vedere nella situazione molti più elementi rispetto a quando sono identificato con la mia risposta. Da questa “meditazione” e riflessione sull’esperienza vissuta posso imparare e provare pensare ad una possibile risposta differente. E’ importante in questa fase avere delle persone di cui ci fidiamo, e che abbiamo verificato avere una buona comprensione, per confrontarci, non affidarci alle loro osservazioni che possono essere limitate in relazione al non vissuto dell’evento, ma attraverso di loro provare a vedere le cose da altri punti di vista, per poi tornare a noi con una visione più ampia. Iniziamo a sviluppare l’attenzione attraverso lo sforzo di alzarne il livello nelle cose che facciamo di solito; gradualmente ci portiamo ad essere più partecipi di quello che osserviamo, successivamente introduciamo l’osservazione delle nostre reazioni continuando ad espandere in questo modo la nostra capacità di raccogliere informazioni sul mondo e su noi stessi. Una cosa importante da ricordare è che quando si parla di attenzione divisa non vuol dire creare una distanza tra chi osserva e cosa osserva, soprattutto a livello emozionale. In realtà se il livello di attenzione è basso la distanza tra l’individuo e il mondo, sia interiore che esteriore, è grandissima, il lavoro sull’attenzione deve essere concepito e compreso come un lavoro di unificazione attraverso l’espansione delle nostre percezioni, e non di divisione. Quando divido intendo aggiungere altri elementi che separo ma solo al fine di renderli visibili. In realtà questa divisione perché funzioni deve riportare con sé la sensazione emozionale di qualcosa di più grande di cui facciamo parte anche se capita che quello che osserviamo non ci piaccia. D: Perché è tanto difficile controllare l'attenzione? R: Mancanza di abitudine. Siamo abituati a lasciare che le cose accadano. Allorché vogliamo controllare l'attenzione o qualcos'altro, lo troviamo difficile, proprio come il lavoro fisico è difficile se non ci siamo abituati. Ouspensky - La Quarta Via (pag. 85) Lo sviluppo dell’attenzione è un processo graduale che deve essere praticato, in questo senso gli esercizi ci aiutano come sveglie e strumenti per questo lavoro. Alcuni suggerimenti per lo sviluppo dell’attenzione nei diversi centri: Centro MotorioQuando spostiamo un oggetto cerchiamo di farlo con attenzione sollevandolo con due mani e provandolo a spostare con intenzionalità. Quando scriviamo, sia con una penna che con il computer cerchiamo di fare attenzione alle parole. Scrivendo a mano cercando di non accennare le lettere ma scriverle intenzionalmente, e quando scriviamo al computer cercando di fare attenzione alla successione delle lettere. Quando dobbiamo fare dei lavori manuali cerchiamo di programmare in anticipo le diverse fasi del lavoro e cerchiamo di seguirle, come la scelta degli attrezzi che ci serviranno e le operazioni che dobbiamo fare in successione. Centro EmozionaleAscoltando della musica classica o vedendo un film, poniamo l’attenzione all’emozione che ci evoca, alle immagini che evoca. Cerchiamo di ascoltare il proprio tono di voce e negli altri, come risuona in noi, che stato emozionale abbiamo o hanno i nostri interlocutori. Ricordando un evento cerchiamo di osservare in che stato emozionale eravamo, osservandolo in maniera neutrale senza identificazione. Provate ad essere gentili con qualcuno, a mostrare attenzione verso la persona in maniera intenzionale. Centro IntellettualeQuando leggiamo alla fine di una pagina cerchiamo di riportare alle mente con maggiore chiarezza possibile quello che c’era scritto nella pagina per vedere se c’eravamo e abbiamo compreso la lettura. Cerchiamo di osservare cosa innesca i nostri pensieri, quale stimolo li ha prodotti. Centro istintivoCerchiamo di essere presenti alle sensazioni del nostro corpo di caldo e freddo. Se abbiamo per esempio le mani fredde cerchiamo di sentire la sensazione in maniera intenzionale. Sentiamo il gusto del cibo che mangiamo. Gli odori che ci circondano. Questi sono solo degli esempi di come esercitare l’attenzione, di come imparare a portarci più nel momento, vi possono essere moti altri modi. Consideriamo questi esempi come una specie di palestra, l’attenzione si sviluppa se viene esercitata e come in ogni attività all’inizio è più difficile, ma con il tempo si imparano i propri modi e si acquisiscono nuovi strumenti. I primi tentativi ci daranno l’impressione di essere molto faticosi per l’impegno che richiedono, è giusto che accada così, abbiamo bisogno di più energia per praticare qualcosa di nuovo a cui non siamo abituati, ma nel tempo questa condizione cambierà, svilupperemo la capacità di innalzare il nostro livello di attenzione a quello che ci circonda e questo richiederà uno sforzo e dispendio di energie minore. Grazie a questo potremo iniziare ad osservare anche altre cose e continuare ad “espandere” la nostra attenzione, allora inizieremo a praticare l’attenzione divisa, oltre a vedere l’oggetto inizieremo a cercare di vedere anche noi stessi ed il nostro mondo interiore. Questo sarà più difficile all’inizio, ma sempre più chiaro nel tempo. Quando avremo iniziato a comprendere e ad usare l’attenzione divisa in due, allora potremo sperimentare quella tripartita o divisa in tre tra noi, l’oggetto che può essere interiore od esteriore, e l’ambiente in cui tutto questo è contenuto “il Creato”. Le impressioni sono un importante strumento nel lavoro e se ricevute in maniera intenzionale costituiscono una grande fonte di energie attraverso la produzione di Idrogeni sottili. Un importante parte del lavoro sull’attenzione è quello di cercare di avere maggiore intenzionalità verso le impressioni che riceviamo. Come sapere che cosa sto guardando in televisione, o l’ambiente in cui mi trovo, la persona che ho davanti, le parole che sento e così via. Guardare una cosa con attenzione o senza produce due effetti completamente differenti, se pensiamo ad una strada che percorriamo tutti i giorni ci sono tante cose a cui passiamo davanti ma che non abbiamo mai visto, e di cui riceviamo l’impressione. Ricevere un’impressione in maniera intenzionale richiede lo sviluppo dell’attenzione. Lo studio dell’attenzione vuol dire osservare con maggiore perizia i dettagli di una cosa, ad esempio passando davanti ad una chiesa, posso percepire che la facciata è ricca e decorata, ma se la osservo e inizio a vedere i suoi elementi, le immagini, quello che dicono e che evocano in me, inizio a ricevere l’impressione in maniera più consapevole, lo posso fare con una persona, con il suo abbigliamento o il suo atteggiamento, lo possiamo fare con qualunque cosa. Questo modo di ricevere le impressioni permette agli idrogeni derivati dal primo e dal secondo nutrimento di continuare a raffinarsi per creare altri idrogeni più sottili che ci aiutano a sostenere il lavoro. Le impressioni ci influenzano, buone impressioni ci aiutano ad essere più attenti, impressioni pesanti o difficili ci portano più facilmente ad identificarci. Dobbiamo imparare attraverso quello che è più facile ad arrivare a quello che lo è meno, è importante ricordare che il lavoro non è esclusione di un certo tipo di impressioni, ma acquisire la necessaria consapevolezza per lavorare con tutte quelle che riceviamo. Questa attenzione alle impressioni che riceviamo si deve arricchire nel tempo con lo sviluppo dell’osservazione e dell’attenzione al nostro mondo interiore. Dobbiamo imparare ad osservare noi stessi e le nostre reazioni come osserviamo un albero che vogliamo “vedere”, con attenzione. Nel lavoro l’attenzione rivolta verso noi stessi si chiama osservazione, e questa si sviluppa a mano a mano che si creano dei gruppi di io che portano avanti e che hanno questo obiettivo. L’attenzione rivolta agli oggetti esterni ci porta a conoscere meglio il luogo dove ci troviamo, quella interna, l’auto osservazione, ci dà la conoscenza del nostro mondo interiore come i nostri pensieri, sensazioni ed emozioni. L’auto osservazione non si esaurisce in sé stessa, è uno strumento utile per distinguere i diversi gruppi di io che ci costituiscono, aiutandoci a non identificarci con essi. Questo però rischia di creare una condizione di distacco, il fine del lavoro è quello di giungere, tramite la conoscenza di sé ad una unificazione di quello che siamo, per la creazione di un individuo che sia “padrone di sé” e partecipe di tutti suoi diversi aspetti e elementi costitutivi. Dirigete la vostra attenzione per 5 minuti, portate consapevolezza in tutte le parti del corpo iniziando dai muscoli facciali. Questo porterà dei risultati definiti nel momento in cui sarà fatto per prevenire periodi difficili di identificazione. Possiamo imparare ad usare l’attenzione per dirigerla, ad esempio quando stiamo esprimendo un emozione negativa, verso un soggetto diverso, per riuscire a smorzare l’onda emozionale in cui siamo in quel momento e tornarvi con più consapevolezza in un momento successivo. Possiamo provare in questi casi a spostare l’attenzione verso un colore, un oggetto, un odore che ci distolga per un momento per permetterci di recuperare noi stessi. L’attenzione ci porta ad uscire anche dallo stato di immaginazione, quando siamo persi dentro noi stessi tornare all’osservazione ci distoglie dal “film” che si stava svolgendo in noi, l’immaginazione è inversamente proporzionale all’attenzione. Dallo sviluppo dell’attenzione traiamo la materia necessaria per portare avanti il lavoro su noi stessi.
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